CAPITOLO I “Profumo di donna”

Quanto sto per copia&incollare, è un mio inedito spuntato dal doppiofondo di un cassetto. Ne scrissi una ventina di capitoli, poi lo abbandonai, incompiuto. Un po’ quel che faccio anche con le mie storie d’amore, che so quando cominciano e mai quando finiscono. Mi invaghisco dei personaggi, delle loro sfumature, poi li rifiuto annoiata, come mucchietti di vestiti usati e passati di moda, all’angolo del bidone. Non mi aspetto che vi piaccia. Lo metto qui, solo perché ho bisogno di spazio altrove.

Fresca mattina di primavera.

Francesco indugiò con il naso, vicino alla cassetta della posta.

Dal profumo, solitamente, riusciva a riconoscerne il contenuto, almeno di questo si era convinto.

Le bollette ed i solleciti di pagamento, odoravano di uva sultanina, quella che, quando era piccolo, usava sua nonna per i biscotti.

Le cartoline si distinguevano dall’effluvio alla cannella della colla per francobolli.

Mentre, le lettere, quelle vere, quelle scritte a mano, emanavano una nota di glicine.Un po’ come provenissero da un tempo passato, fatto di merletti e parrucche cipriate.

“Sapore di antico”, amava chiamarlo.

Ore 10:07.

L’istante preciso in cui Francesco, infilando la chiave consunta nella toppa della cassetta, si accorse di uno stimolo nuovo verso le sue narici.

Difficile da distinguere e diverso da qualsiasi altra sensazione.

Estrasse la busta, con timor reverenziale.

Accadeva raramente che non riuscisse a distinguere l’entità del messaggio al primo approccio.

Quando questo avveniva, si trattava quasi sempre di brutte notizie: il decesso di qualche amico o parente,  l’esito negativo di un assegno postdatato, il rifiuto da parte dell’editore di un suo scritto.

Francesco era un romanziere.Presunto tale.

Sul suo biglietto da visita, nonostante avesse passato i 30 da un pezzo, continuava a fregiarsi del titolo di “giovane scrittore”.

Per un giovane scrittore, proiettato verso qualsiasi forma creativa che avesse a che fare con soggetti, complementi e predicati, vedersi recapitare al mittente un lavoro frutto di notti insonni e caffè e cicche spente, significava dover dare asilo all’ennesimo orfano della sua fantasia, ristipandolo nel cuore e nella mente e parcheggiandolo come un feto incompiuto proveniente dalla sala aborti.

Non c’era un numero preciso di figli rifiutati, nella sua piccola grande storia, ma le razze si sprecavano: sceneggiature cinematografiche, soggetti fumettistici, romanzi storici e poesie d’avanguardia.

Per quanto diversi e caratterialmente ingestibili, le creature generate (e non create) dalla sua fervida immaginazione, lasciavano sempre un segno.

Durante il giorno, era circondato dallo spirito di femmine perdutamente innamorate ed incredibilmente romantiche.La notte, però, lasciavano il posto a dark ladies senza pietà né ritegno, prive di qualsiasi freno inibitorio e gonfie di cinismo nei seni turgidi e fieri.

Le donne di carta.

Gli veniva facile disegnarne con il pensiero, meno semplice era impedire loro di riprodursi all’infinito senza necessità di spermatozoo alcuno.

Le donne.Quelle del suo immaginario, quelle che, così gelose e possessive, gli impedivano di posare lo sguardo nel reale per cercarne una vera.

Carezzando morbosamente la grana della busta bianca, si accorse che il profumo, quello così conturbante ed imperscrutabile, era adesso più nitido e deciso.

Benché non gli fosse propriamente familiare, nella sua particolarissima essenza, non poteva passare inosservato.Dopo qualche tentennamento e portandosi alle labbra la busta sottile, ormai il dubbio insinuatosi era una certezza matematica.

Profumo di donna.

No, non scia di celluloide da inchiostro fresco della macchina da scrivere.

E nemmeno la lontana memoria di qualche specifico eau de toilette, rubata all’ipermercato nei negozi per signore.

Era esattamente profumo di donna.Di una donna in carne ed ossa.

Le ginocchia gli tremarono, per un momento ebbe l’impressione di un ictus incalzante su per il cervello.

L’eccitazione fisica ebbe il sopravvento e, senza neanche aprirla, portò alle labbra la missiva socchiudendole e sfiorandola con la lingua.

Si sentì un mostro.

Era come violarne la verginità, mancarLe di rispetto, scoparsela nel bagno di una discoteca senza averLe neanche chiesto il nome, o il numero di telefono per ritrovarsi il giorno dopo.

Francesco ritirò di scatto l’istinto primitivo.

-Cattivo Francesco, cattivo!-

Varcando l’uscio di casa per rientrare, premendo al cuore quel fisico desiderio per una sconosciuta, ritrovò lucidità e compostezza.

L’ultimo sguardo verso un cielo terso e cristallino, e la porta si chiuse di colpo alle sue spalle, lasciandolo solo, in un surreale silenzio, per la prima volta, senza il vociare di tutti i suoi fantasmi rosa a confondergli il pensiero.

Solo, con Lei.

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2 commenti

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2 risposte a “CAPITOLO I “Profumo di donna”

  1. Quando il buongiorno si vede dal mattino. Un capitoloprimo davvero davvero promettente: all’inizio non so com’è ho sentito un piacevole e ben velato odor di Italo Calvino. Forse mi sbaglio e comunque brava. (ah, in riferimento al post precedente, si ciancica anche da ubriachi!)

  2. Metro, come scrivo nella premessa, è robaccia di gioventù. Un vecchio cordone ombelicale inutile anche per la raccolta delle staminali. Reciso da tempo e mai più riutilizzabile. L’incompiuta, mi chiamano le mie amiche, ed a ragion veduta. Disegno mondi e universi per poi abbandonarli, nell’onnipotente miraggio creazionista di un dio annoiato e solo, appoggiato al muro dell’autogrill. Che si accende una bionda, blaterando: “‘fanculo”.

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