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#MBA2010

Cinque sono le dita della mano. Fossero quattro, sarebbero Cavalieri dell’Apocalisse. Fossero tre, sarebbero di sicuro Moschettieri. Invece no. *

Quattro. Come le dita di una mano monca.
Sono cinque Quattro. E tutte diverse.
Quattro interfaccia dell’erotismo. Quattro narratrici. Otto occhi attenti. Venti sensi a percepire respiri, sfumature, attimi. Della sensualità. Della sessualità. Dell’amore. Forse.

Dell’essere umani. Di corpi e pelli tirate. Di sudori e umori tagliati con il machete dell’internet.

Quattro femmine per un solo pomo dorato. Alla spasmodica ricerca di numeri, percentuali, diagrammi, accessi. Statistiche. Leccate come chupa d’asfalto. Quasi che una Regina-di quelle vere, senza corone e troni di cartone-potesse fermarsi a saggiare le declinazioni dell’anima con la punta della lingua attaccata al cemento.

Odio le competizioni. Non sono capace di perde-Re.

Ma pure capitasse, di dovermi prostrare alla Corte di chi-più popolare-reggerà lo scettro mellifluo di un Regno in pixel e sogno proibiti, resterò l’unica falange sollevata tronfia contro l’armata dell’ovvio.

Le candidate sono cinque quattro. Io sono sola. Lo sono sempre stata.

E, fiera di esserlo, mi rituffo nell’antro oscuro. In quel parto doloroso che è scavare alla ricerca del senso perduto.

Svestita del regio manto, lascerò i pensieri fluire tra giorni, e notti, e carni.

Solo Lyza. Nuda. Immobile. Trafitta d’ immaginazione. Come ho sempre fatto. Tornando ai soliti giochi.

Lasciandovi ai vostri.

I miei two cents.

All work and no play makes Jack a dull boy

*eravamo cinque. Poi c’ho fatto caso. Una tra le nomination conta come il due di picche quando briscola è fiori. Dunque, ai miei occhi, non esiste.

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Erotica o eretica?

Dylan lo diceva  She knows there’s no success like failure, and the failure’s no success at all. Per la prima volta mi sono sentita circondata. Io, che ho passato tre quarti della mia esistenza ad evitare il genere umano in attesa della fine.del.mondo, oggi, come un’imbecille, fissavo lo schermo presa da tutte quelle paroleparoleparole, sgorganti lungo la schiena neanche immesse con l’imbuto.

Alcune finivano nel cuore. Altre stimolavano adrenalina. Altre, ancora, generavano indifferenza. O quasi.

Un teppista arrogantello mi ha anche etichettata. Che, se lo becco, so io la prezzatrice da supermarket dove gliela metto.

B.l.o.g.g.e.r.E.r.o.t.ic.a.

Dice. Uno che non mi legge, che (per quanto afferma la gente), potrebbe calzarla bene la maschera da sessuomane verbosa (alla sua età?). Uno che, forse, l’erotismo non sa dove sia di casa…

Mentre facevo brillare lo Zippo sui ceppi, prima del falò (certi uomini possono saltare anche il Tribunale dell’Inquisizione, per quel che mi riguarda), ho sostituito la vecchia Edison delle idee con un moderno e performante modello di lampadina a risparmio energetico comprata all’IKEA. Non andava neanche montata. Libidine.

Una volta accesa, mi ha aperto un Mondo.

Il limite dell’Universo Fallocentrico è prendere una donna, valutare se è più o meno vestita, mettere sulla bilancia l’oscenità dei termini profusi, addizionando una tara a casaccio a seconda di quanto disinibita e disponibile possa apparire pubblicamente.

Un giro per i cosiddetti B.l.o.g.E.r.o.t.i.c.i me lo sono fatta. Per capire.

Non mi è parso di scorgere novelle Dominique Aury, tra le pruriginose coetanee che si dimenano di culi e di tette, zigzagando tra pensieri più o meno osceni. Nessun pathos, nessuno stimolo, solo tanto esibizionismo messo in saldo quasi fossimo al mercatino del falso a metà prezzo. I portatori del Sacro Monolite adorano il nulla sottovuoto. Il discount dell’insulso.

Se lontanamente glielo fai venire duro sei “erotica”, e apriti cielo.

Tatuatevi questo colophon sui testicoli e non azzardatevi mai più a chiamarmi e.r.o.t.i.c.a.

ErEtica, tuttalpiù. Che l’erotismo è una cosa seria e qui, schiaffatevelo in testa, non mi vedrete mai  in lascive foto da vasca o sfoggiante minigonne vaginali che strappano a morsi la vita all’immaginario.

Penso.quindi.sono.

E, quello che sono, non lo scriverò neanche sui biglietti da visita. Mai.

Figuriamoci su un blog.

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Essere e avere

La differenza che corre tra l’avere e l’essere, sta nella distanza tra i corpi.

Ti esprimi finché non c’è il contatto. Possiedi quando il contatto è avvenuto.

E l’essere se ne va affanculo.

Perché, siamo sinceri, di quello che sei gliene fotte cazzi a nessuno se si è impegnati a gestire il piacere che cresce. Mi sembra una cosa fondamentale, da valutare, quando decidi di scoparti qualcuno.

Che siate amici, o confidenti, o colleghi di lavoro, o cugini… tutto il resto è fuori, mentre lui è dentro. E scruta con le sinapsi la goduria che gli cola addosso, umida e densa.

Certo, a quel momento devi arrivarci. Inciampando anche nell’amore, se è il caso.

Mi fa ridere questa cosa dell’amore. Si dice spesso “fare l’amore”, anche quando è sesso per direttissima. Anche quando alitiamo nelle sue orecchie uno “sfondami” che salta sul vinile come la puntina nel solco graffiato. Anche quando Lui non dice niente. Ti stringe i capezzoli tra i denti e aspetta l’istante del tuo “ah!”, neanche fosse il Verbo di Nostro Signore.

Fare l’amore è, forse, essere. Scopare è, forse, avere.

E dico forse.

A me è capitato di amare millemila uomini che non ho mai posseduto, e di odiarne altrettanti sottomessi al mio diletto.

Non ho stilato una statistica precisa, di quanti mi abbiamo amata e compresa e di quanti no. Penso me ne freghi in maniera molto relativa. Mi interessava solo fossero miei. Per mezz’ora, dieci minuti, un secondo.

Ed in quel lasso temporale, mogli, puttane, madri e sorelle erano invisibili ai loro occhi. Donne che prima erano. E non più.

Che poi, tanto, svuotato il cassetto, c’è posto per tutti e per tutte. E tutti i ti amo diventano carta igienica.

N. è sposato da pochi mesi. Mi ci giocherei le tette che quel pezzo di merda si smanettava in bagno prima di accomodarsi a tavola dalla sua futura moglie.

La differenza che corre tra l’avere e l’essere, sta nella distanza tra i corpi.

Che si azzera automaticamente se, a quella mano rapida e vogliosa continua, anche con una fede al dito, ad associare il mio volto.

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