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Hallelujah

Odio.

La puntualità e l’anticipo. La profonda sicurezza nell’identificare il tempo.che.scorre., ingabbiandolo tra numeri e lancette.

E gli alcolici di fascia.medio.bassa. Quando sei troppo lucido, ogni ricordo si protrae vivo e vivido nel cervello. Un tatuaggio fresco. Eternamente. Dai pigmenti luminescenti e volgari.

Lui aveva giocato d’anticipo. Contro due donne. Al prezzo di una. Gratis, ovvero.

La maschera di carne appoggiata sull’anima, sanguinolenta, e macchie sparse simili al Rorschach Inkblot Test, sul pavimento.

Lyza.per.Lui.solo. emersa dalle fredde pagine. Una calda ninfa oscura. Una scommessa a  perdere.

Sleale. Lui. Scivolandole piano tra le righe. Insegnò il piacere del sesso mai scritto. Lasciandolo scorrere dalla bocca, traghettandolo sulla lingua e permettendo alle parole di fare tutto il lavoro. Sporco.

E treni e binari. E colonne sonore. Di lavoratori al rientro e serrande chiuse.

Storie. Inutili soldati di cartone in una guerra per fucili ad acqua.

Lyza.per.Lui.solo.

E Lui.solo. tra seni morbidi e respiri da tagliare con il coltello. Affannose promesse di infinito, nel caduco gioco da letto.

Fingersi fottutamente estranei,  sguainando la spada e affondandola nelle carni irrorate di autoritari comandi e paure tremule. I corpi, i cervelli. Cuori. Forse. Due. Abbandonati nella giostra emozionale, a cavallo del futuro incerto e della voglia presente, incessante, rullante, battente. Sapendosi più complici che ignoranti. Eruditi dell’attimo. Filosofi, nella loro teatralità. Sinceri bugiardi da palcoscenico.

Sessantaminuti. Centoventi. Centosettanta.

Un tatuaggio  fresco.  Profuma di birra. E frutta. E pelle umida. Eternamente.

Ancora riluce. Volgare. Sporco. Meraviglioso. Tra numeri e lancette.

Dissolvenza.

It’s not what you’re told
It’s not her face
It’s not his touch
In the room you both share
Where he’s gone when he loved
When your time and your memory fills your dreams
When you’re honest and together
Together no more
No more

Odio.

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il Creatore dei Sogni

Si narra che abbia perso qualche.cosa.da.qualche.parte, io. Lo dicono tutti. E voglio fidarmi. Ho pochi ricordi. Pigri e annoiati.

Con uno sforzo focalizzo solo il Lago. Raddoppiandolo, due mani curate, gentili. Fintamente innocue. Proprie di quell’infantile e  docile curiosità dei bimbi, ma con la chiara e furba scaltrezza di un bravo adulto con tutto il bagaglio della sua esperienza.

Triplicato lo sforzo, posso vedere queste mani curate e gentili attraversare il mio corpo. Tastarmi dall’interno, come mai nessuno aveva osato fino ad ora, e indugiare fino all’ultimo sorriso nascosto nell’antro più buio.

Anche il più terribile degli orchi, nella più terribile delle foreste, con la più terribile delle forze, è in grado di attirare a sé un sorriso solitario.

Il bimbo grande del mio ricordo, stringeva tra le dita un lapis. Scorrendo come un fiammifero sul derma,  impresse sul mio corpo a tratti veloci un volto. Due occhi per cercare le verità nei suoi, due labbra per appoggiare le mie parole sulle sue, due narici per respirare il profumo della genesi. E mi diede un corpo. Rendendomi reale, a tal punto, da farmi desiderare attenzioni diverse, adulte, più intense.

Su richiesta, disegnò questa donna del caso per una notte intera. Forse due.  Senza mai oltrepassare il limite che dovrebbe-sempre- separare le fantasie dal quotidiano. Cancellandola e ricreandola fino a quando il tempo l’avesse permesso. Ogni volta con più particolari e maggiori cure, cospargendole di graphite il profilo dei seni e l’incavo tra le gambe, calcando e spingendo, lasciando infine solo un groviglio di chiaroscuri a ricoprirla… quasi fosse un secondo corpo di uomo, l’ombra di quel bimbo grande, proiettata tra le fronde della terribile foresta, sotto il riverbero lunare.

Vestita di uomo, così com’era venuto lo lasciai andare. Mi strinse in pubblico la mano, firmandola del nero di china adagiatosi sui polpastrelli. Con le stesse dita, poi, dipinse due righe doppie e scure sul sorriso stanato di tenebra.

Adesso puoi giocare a fare l’indiana. Senza lasciarti più legare al palo della prigioniera bianca…

Si narra che abbia perso qualche.cosa.da.qualche.parte, io. Lo dicono tutti. E voglio fidarmi. Ho pochi ricordi. Pigri e annoiati.

Ho perso quel ritratto. E il peso immaginario delle mani curate e gentili. L’unica favola mai disegnata per me, dal Creatore dei Sogni.

Dedicato a R.G.

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Doppiofondo

Lancette. Respiro. Respiro. Lancette.

Dissolvenza.

Respiro. Profondo. Esterno giorno.

La piazza vuota, come una borsetta. Millemila corpi. Trasparenti. Quasi veline da confetti. Da passarci attraverso. E il tuo sapore in bocca. Con il caffé. Amaro. Così diverso, dagli altri. Così sicuro, della propria unicità.

Seduto. Nell’angolo. Tu. Il capriccio di un momento. La piazza vuota. Come la mia borsetta.

Sospiro. Profondo. Cuore che batte. Interno notte.

Letto vuoto, come una borsetta. La mia. Scivolata dal tavolo. Cascata di rossetti nuovi di zecca e specchietti già rotti. L’agenda. Un telefono cellulare. Il portaspiccioli. La pennabiro. Presi il suo posto senza troppi complimenti. Pelle sul piano in vetro temperato. Sottili equilibri. Freddo sulla schiena. Con il soffitto a guardare.

Un soprammobile senza prezzo. Appoggiata lì per sbaglio. Senza finezze o architetture studiate. Inarcata sui talloni. Plasticamente adorante. Afferrata per i seni. Inchiodata al tuo sesso. Di una lenta e moderna crucifixio.

Lancette. Respiro. Respiro. Lancette.

Dissolvenza.

Liszt. Consolazione. La terza. Dal secondo piano. Mani. Sul piano. Forte. La tua. La mia. La nostra immagine. Quasi fosse installazione da voyeurs, adagiati sul divano rosso fuoco della galleria, manipolatori. Critici, in fila. Strofinandosi, cercandosi le voglie sopite tra le gambe, intessendo lodi e strane congetture. Scopare. Fare l’amore. Forse. Godere. Chissà.

Il caffé, amaro, dalla tua bocca. Alla mia. Di baci edulcorati senza mellifluo romanticismo. Naturalmente istintivi. Bruciati nelle fiamme di un candelabro art-nouveau.

Liszt. Consolazione. La seconda. Dal secondo piano. A coprire frasi incoerenti e sogni espressi senza troppo candore, dopo aver attraversato i muri.

Lancette. Respiro. Respiro. Lancette. Un bicchiere di cognac. Il riflesso di una prestazione lenta e intensa nel cristallo. Immobile nella sua perfezione, l’immagine. Maestro.

Dissolvenza.

Respiro. Profondo. Esterno giorno. La piazza vuota, come una borsetta. Millemila corpi. Trasparenti. Quasi veline da confetti. Da passarci attraverso. E il tuo sapore in bocca. Così diverso, dagli altri. Così sicuro, della propria unicità.

Seduto. Nell’angolo. Capriccio del momento.  La piazza vuota.  Frugo nella borsa, vuota di rossetti nuovi di zecca e specchietti già rotti. L’agenda. Un telefono cellulare. Il portaspiccioli. La pennabiro.

E attese quasi fossero promesse.

Nel doppiofondo.

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21 febbraio 2008

E fu.

Una lettera trentadue. Di quelle che i tasti fanno un rumore vero, quando si batte. Che non miagolano come quelli del pc.

E scrissi. Di me.  XXXXXXXXXXXXXXXXXXXX. No. Di come avrei voluto. Essere. Meglio. In una notte di pioggia, con la luna piena dietro un paravento. Nuda. Un po’ triste. Attrice dimenticata nei sogni della gente. Si passava le mani sulla pelle bianca. Il sole non poteva più baciarla.

Io, più di lei. Un po’ triste.

Senza backspace. Continuai a cancellare con le X maiuscole intrise d’inchiostro, quanto di più sbagliato potessi volere. E scrissi. Di pioggia rullante sui tetti. Di una lametta, forse. Di un tratto netto e vigoroso, profondo. Trovai la vena d’oro della mia vera storia. La Storia.

Di Lui che chiamò facendo gridare quel telefono nero, da una cabina, domandandomi se fossi sola.

Sì. Come la Luna. Quanto la Luna. Più della Luna.

Tuono in lontananza. Goccegoccegocce. Sui vetri.

Luna. Non sentirti sola.

Non era il sole, ma un buon surrogato. Spalle grandi, nessun mantello. Fradicio, sull’uscio. Alle porte di una notte tutta da scrivere. Nel tempo di una birra, forse due. E di abbattere il muro del silenzio. Forse. Musica.

She’s intoxicated by herself,
Everyday she’s seen with someone else,
And every night she kisses someone new
Never you.

Pensai. Che una volta. Una sola. Sarebbe bastata. Vivere da protagonista dei libercoli stile Barbara Cartland. Con il rosa tinto negli occhi e sentimenti gentili e principi alti e distinti. XXXXXXXXXXXXXXXXXXXX.

No. Non sarebbe andata così.

Non l’avrei atteso per sempre. Quell’istante. Una tarantola mi morse l’istinto. Il diluvio si fece più intenso. Le distanze si accorciarono. La prima crepa nel muro. E l’ultima immagine:  la punta di un naso bagnato. A seguire solo sensi. Il sapore dolce dei pensieri umidi, uno scambio reciproco, immenso.

Senza un backspace. Senza X. Senza rabbia. Le mani rapide sui tasti, di quelli che fanno il rumore. Dentro. Senza controllo, senza censure. Musica.

You’re waiting in the shadows for a chance
Because you believe at heart, that if you can,
Show to her what love is all about
She’ll change.

Piegandomi come sul raccolto da mietere, sotto  falce di luce . Il mio volere si sciolse, confondendosi nella pioggia. Due corpi in un lago, fuori posto. Ribelli in lotta che devastavano un salone liberty, con i loro pensieri sporchi e cattivi. Impronte.

Non era il sole, no. Ma un buon surrogato. E, quella notte, scrivemmo la Storia, mentre il Mondo intero puntava gli occhi verso il cielo.

Eclissi. Buio.

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芸者

Questo. Sento.

Sento uno spirito ribelle e animale che non mi calza bene. Imbattersi nell’uomo sbagliato, al momento sbagliato, nel posto sbagliato.  Una scarpa che ti fa male. Il tacco troppo alto. Quella gonna stretta e indecorosa.

Tutto questo (e molto altro) genera caos, incomprensioni, stati confusionari e una vertigine incontrollabile.

Un giorno. Forse. Romperò i vetri che mi imprigionano in questa bolla. L’acqua defluirà rapida. E già, sì, lo so. Non reggerò a lungo mantenendo il respiro. Ti domanderò di schiacciarmi per staccare la spina di questa vita (che.vita.non.è). Invece mi solleverai con una mano. Mi appoggerai al tuo muretto preferito.  Forse riderai di me. E stremerai questo corpo inerme di un sesso ovattato e squallido. Con la violenza che tu solo sai. E non ci saranno più parole. E non ci saranno più respiri. O regali. O carezze.

Sentirò solo la tua voglia. Orfana della mia. Sentirò il tuo egoismo e tutto quello che ne consegue. L’ultimo gemito. E neanche. Tirandomi per i capelli, afferrando la mia collottola come fossi un gatto da torturare, farai quello che vuoi. Quello che senti. Quello che ti ho sempre concesso a sproposito.

I tuoi occhi si proietteranno nel cielo, lontano da me. Mentre io sprofonderò agonizzante. Carne da macello.

Gelida.

Lo sciacquone di un water. I tuoi passi che si allontanano.

E, nel gorgo consumato, l’ultimo canto di una geisha.

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Cervello

Eravamo al telefono. Come sempre. Come mai.

Il tempo, i grafi della vita, le vie del Signore, i calessi per amori ci trascinarono di forza lontano.lontano, via da quel maelstrom di passione e voglie e carnali. Oasi di camere buie e muscoli in tensione.

Troppo. Lontano. Ne prendemmo atto e ragione, silenti.

Con le unghie e con i denti mi aggrappai alla tua voce, prima che al tuo corpo. E dove lo schioppo di frusta non animava più la voglia di leccarti fin dentro l’anima, mi scoprii grata di generose carezze. La tua mano passò ad un centimetro dal derma. Mi sembrò di morire quando scese la cera calda dalle dita, marchiandomi in maniera indelebile. Con le iniziali del tuo nome.

Una falce di luna. Nera. Nel cielo bianco senza stelle, tra i seni.

-mi manchi-

Scrissi con le labbra nell’aria, senza emettere un fiato.

La tua venere monca si sentiva impotente, stretta dai legacci dello spazio. I polsi immobili e segnati, le gambe inabili e qualche sogno tremante che risaliva dall’ombelico alla gola, levandomi l’aria. Una busta di plastica sulla testa a consumare ossigeno e paura come fossero caramelle per bambini avidi e affamati.

Non ero un corpo.di.donna.

Non ero un corpo. Punto. Solo elettricità nell’aria di quelle parole, un libro senza figure, un film muto. Passarono secoli. E attimi. E nanosecondi infiniti.

Un colpo di rivoltella.

-voglio il tuo cervello-

allora. Semplicemente. Allora. Mi accorsi della profonda e meschina perversione del dominatore. In te.

Inarcai la colonna. Piegai l’orgoglio a quel turgido volere.

Chiusi il ricevitore. Lasciandomi affogare in un lago di piacere e sofferenza.

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Lampadine

La strada era più buia. Quella notte. Dalla finestra.

Lyz aprì il frigo sperando di trovarci qualcosa di più, per cena, che uomini scaduti da tre giorni, come yogurt del discount, quelli a metà prezzo, quelli che non fai in tempo a portarli a casa e già si sono fatti immangiabili.

La vita era più buia. Quella notte. Negli occhi di Lyz.

Qualcuno le aveva abbassato le saracinesche. E, pure se fuori il sole avesse brillato alto, come la luna piena trionfante  sul velluto nero, non avrebbe veduto cosa alcuna ad un palmo dal proprio naso.

Saliva la nebbia. Tutto era foschia, e bruma, e condensa dalla fessura tra le labbra congeste.

Decise che avrebbe dormito da sola. In quella notte scura.

Ché lo yogurt neanche l’aveva mai digerito davvero. Questo decise.

E che non avrebbe mai più cercato la sua stella in una lampadina a basso voltaggio. Fosse stata da frigo, da freezer, da forno o da incubatrice neonatale.

Prese una coperta fatta all’uncinetto. Ci si scaldo’ il cuore.

Incamminandosi sotto uno spicchio di luna ,  verso la sua prima notte senza sogni.

Scalza e con passo lento.

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