Fail

I momenti in cui si cade sono sempre i più importanti. L’errore non mi spaventa. Un #fail dietro ogni notte impregnata di sesso. Un #fail, ancora, per gli umori scambiati in trenta secondi. Un #fail, ulteriore, per le teste.di.uomo. mai guardate negli occhi, tastate con lingua&labbra. Distrattamente. Mentre (magari) compilo nel cervello la lista della spesa.

Il latte non mi piace. Manca. In frigo. Però. Unlitroalmeno. Ce ne vuole.

Un #fail per ogni amore mentito. Per la carne.nella.carne così, per scherzo. Per gioco. E per il bicchiere di troppo a cancellarmi volontà e desiderio. E quanto bello, è, risollevarsi dal pavimento. Una cinghia ticchetta sulla parete, controtempo, seguendo alcolica il respiro affannoso.

#fail. Quella preghiera blasfema tra la gambe. Sgranando il rosario tra le dita. Sanguinando pensieri sul lezuolo del mio corpo, sindone di voli pindarici umidi e distorti.

Devo la mia vita i tuoi sbagli. All’impotenza della volontà umana. Al labile confine tra cedere e resistere. Cedere. Sempre. Cadere. A volte. Risollevando la testa per poi sentirla violentemente attratta su un qualsiasi gigantesco #fail. Una mano mi guida, forse due. Violenta. Avida. Supplichevole.  L’induito traghetta emozioni allo stomaco.  Due contrazioni. Forse tre. Remissive. Grate. Spossate.

Sono il frutto dei tuoi errori, nell’Eden dell’esperienza. Germoglio tenero. Mela di giardino. Mordimi.

Chiudo la porta facendo leva sull’egoismo. La vostra soddisfazione è il nostro miglior premio. E tu mi hai appena venduto l’anima.

Perunlitrodilatte. Almeno.

#fail

L’errore è sempre dietro l’angolo. Cadere, è un momento.

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Cervello

Eravamo al telefono. Come sempre. Come mai.

Il tempo, i grafi della vita, le vie del Signore, i calessi per amori ci trascinarono di forza lontano.lontano, via da quel maelstrom di passione e voglie e carnali. Oasi di camere buie e muscoli in tensione.

Troppo. Lontano. Ne prendemmo atto e ragione, silenti.

Con le unghie e con i denti mi aggrappai alla tua voce, prima che al tuo corpo. E dove lo schioppo di frusta non animava più la voglia di leccarti fin dentro l’anima, mi scoprii grata di generose carezze. La tua mano passò ad un centimetro dal derma. Mi sembrò di morire quando scese la cera calda dalle dita, marchiandomi in maniera indelebile. Con le iniziali del tuo nome.

Una falce di luna. Nera. Nel cielo bianco senza stelle, tra i seni.

-mi manchi-

Scrissi con le labbra nell’aria, senza emettere un fiato.

La tua venere monca si sentiva impotente, stretta dai legacci dello spazio. I polsi immobili e segnati, le gambe inabili e qualche sogno tremante che risaliva dall’ombelico alla gola, levandomi l’aria. Una busta di plastica sulla testa a consumare ossigeno e paura come fossero caramelle per bambini avidi e affamati.

Non ero un corpo.di.donna.

Non ero un corpo. Punto. Solo elettricità nell’aria di quelle parole, un libro senza figure, un film muto. Passarono secoli. E attimi. E nanosecondi infiniti.

Un colpo di rivoltella.

-voglio il tuo cervello-

allora. Semplicemente. Allora. Mi accorsi della profonda e meschina perversione del dominatore. In te.

Inarcai la colonna. Piegai l’orgoglio a quel turgido volere.

Chiusi il ricevitore. Lasciandomi affogare in un lago di piacere e sofferenza.

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Piastrelle

Sole. Afa. Sudore. E voglia di girare nudi per le strade.

Senza fermarsi troppo a mangiare con gli sguardi tutti quei corpi umidicci e scivolosi. Rincorrendo il desiderio della notte, con il miraggio di un mantello trapuntato di ghiaccio sulla pelle.

Distesa, a stretto contatto con il tuo respiro. E mi parlavi.

Di stupidi esibizionismi. Di minorenni in extra-shorts. Di maggiorenni strizzate in improponibili hot-pants. Di tutto quello sgambettare in una passerella mediatica, tipica dell’internet al tempo d’oggi. Immaginavo, allora, la tristezza di quelle case, di quelle stanze, di quelle #piastrelle . Di tutti gli esseri capaci di eccitarsi davanti ad un push-up mostrato con disinvoltura davanti alla webcam.

Come se, il sesso, fosse annusabile e sensibile al tatto.  Dietro uno schermo.

Ignoranza. Dissolvenza.

Quante scuse o hashtag ci vogliono per soffiare dietro il lobo di un uomo *amami*? Quanto è più indecoroso simulare erotismo virtuale, rispetto al  farsi scivolare lentamente sulle fantasie di marmo del proprio partner? Come è mai possibile trincerarsi in moralismi da due soldi, quando ti cerchi, solitaria, sogno dopo sogno, con il miraggio di uno sconosciuto senza volto e senza nome?

Non capivo. E volevo.

Non sapevo cosa ci fosse, mentre ti portavo dentro. Lontano dalla stupidità duepuntozero, dalla volgarità di quelle lapidi in fila come in un cimitero polacco. Morte. Tutte. Loro. Con tutti i seni. E glutei. E inguini. Intoccabili. Inarrivabili.

Insapore. Inodore. Incolore.

Ti aprivo la porta del mio mondo. La differenza. fn+backspace, per tutto il resto.

C’ero solo io. E la profondità dei miei bit, tra le labbra. Le tue.

Le nostre.

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La paura d’esser presa per mano

Il suono di una bugia, è lo stesso di un accendino che cade dalla scrivania.

Fai per piegarti. Riprenderlo. Accendere una sigaretta. No. Non puoi. Non c’è. Non c’è più.

Tunf.

Non lo trovi più. Non lo troverai mai più.

Battisti controcanta Battisti.

Sul pavimento i cocci di una maschera. L’ennesima.

Una sigaretta spenta in bocca.  La paura d’esser presa per mano.

Chissà se c’è, da.qualche.parte, un posto. Dove gli accendini vanno a morire…

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Mio, solo.

Lei era ferma. Slanciata. Forse, sexy. Forse, bella.

Mi baciasti sul collo, cingendomi.

-E’ il nulla, non fissarla, non merita i tuoi occhi-

Ti piaceva così. Vedermi disarmata, nell’invidia e nella paura della competizione. E, di più, ancora, stringermi i polsi per farmi capire chi comandasse, mentre sognavo quel corpo, sul mio, per te.

-E’ il nulla. Non desiderare la sua essenza-

Il tuo appartamento si materializzo’ intorno, d’un tratto. Come la pochezza di Lei. Il manichino senza qualità, la sterile e arida terra di confine, una via senza uscita. Il nulla.

Affondasti il volto nella carne. La mia. Sgorgarono  desideri, e piacere. Mi dissi che tu, e solo tu, e sempre tu.

Perché me. Perché non Lei.

-Perché sei speciale-

Non ti ho mai creduto. Continuo a non crederci. Ma è bello, sperarci. Finché sarai mio.

Finché continuerai a volere le tue mani sui miei seni, la mia voce nel tuo letto, la tua forza  nel mio sesso.

E mio solo. E non Suo.

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Vuoi giocare con me?

Ok, facciamo un gioco.

Facciamo che tu, come dici, voglia trovare la vera me.

Facciamo che ci si incontra, una sera, magari, a casa tua.

Facciamo che inizio a cercarla io, come in una caccia al tesoro.

Facciamo che, se non la trovo da sola, ti permetto di frugare dappertutto. Ma proprio ovunque. Con tutti i sistemi che ritieni opportuni.

Senza regole, senza penalità.

Facciamo che, se vinci e la scovi, io la nascondo di nuovo.

Così, domani, potrò domandarti di giocare ancora una volta.

Allora… vuoi giocare con me?

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Lampadine

La strada era più buia. Quella notte. Dalla finestra.

Lyz aprì il frigo sperando di trovarci qualcosa di più, per cena, che uomini scaduti da tre giorni, come yogurt del discount, quelli a metà prezzo, quelli che non fai in tempo a portarli a casa e già si sono fatti immangiabili.

La vita era più buia. Quella notte. Negli occhi di Lyz.

Qualcuno le aveva abbassato le saracinesche. E, pure se fuori il sole avesse brillato alto, come la luna piena trionfante  sul velluto nero, non avrebbe veduto cosa alcuna ad un palmo dal proprio naso.

Saliva la nebbia. Tutto era foschia, e bruma, e condensa dalla fessura tra le labbra congeste.

Decise che avrebbe dormito da sola. In quella notte scura.

Ché lo yogurt neanche l’aveva mai digerito davvero. Questo decise.

E che non avrebbe mai più cercato la sua stella in una lampadina a basso voltaggio. Fosse stata da frigo, da freezer, da forno o da incubatrice neonatale.

Prese una coperta fatta all’uncinetto. Ci si scaldo’ il cuore.

Incamminandosi sotto uno spicchio di luna ,  verso la sua prima notte senza sogni.

Scalza e con passo lento.

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